Detenuto in attesa di cartella clinica

Per i detenuti che si ammalano di cancro, le probabilità di sopravvivenza sono legate, come per tutti, alla tempestività delle cure. Ma come fare a farsi curare da un tumore se risulta difficile entrare in possesso perfino della propria cartella clinica? Antigone cita il caso emblematico di M., 44 anni, che si è rivolto al Difensore Civico, per entrare in possesso della cartella clinica da sottoporre al proprio medico di fiducia, visto che tramite il normale iter burocratico non c’era ancora riuscito, dopo anni.
Antigone è un’associazione impegnata nella tutela dei diritti dei carcerati. Stando al suo ultimo rapporto sulle condizioni nelle carceri italiane, la salute delle persone detenute è una doppia pena che non rispetta i diritti sanciti dalle leggi. La causa viene ravvisata in strutture e servizi sanitari insufficienti a fronteggiare i problemi di chi il carcere lo vive da detenuto, a cominciare da quello di appartenere a una popolazione che invecchia e si ammala, esattamente come succede nel resto del Paese. In Italia circa il 28% della popolazione detenuta ha più di 50 anni, dato al di sopra della media europea, attestata al 15%. Il che significa che almeno un detenuto su tre soffre di una qualche malattia cronica e avrebbe bisogno di cure aggiornate rispetto a una condizione clinica in evoluzione cosante. Ricordiamo che, in base alla riforma sanitaria, dal 2008 la salute dei carcerati è di competenza del Servizio sanitario nazionale. Ma le criticità che ostacolano una piena affermazione di questo principio non si sono risolte per decreto. Esse permangono, legate come sono a una cronica carenza di personale e di servizi sanitari di supporto. Tant’è che fra le varie questioni prese in carico dal Difensore Civico, ormai da due anni si collocano al primo posto le richieste di intervento a tutela del diritto alla salute. Tale primato, frutto di una già complessa gestione delle problematiche sanitarie, si è aggravata da inizio 2020 con lo scoppio della pandemia di Covid-19.
Ma torniamo al caso del detenuto dal quale abbiamo preso le mosse. M. nel 2010 è stato sottoposto ad un intervento chirurgico di asportazione di un tumore maligno cerebrale. I sintomi erano comparsi circa un mese prima dell’operazione come formicolii agli arti e, successivamente, come crisi epilettiche.
In base alla ricostruzione di Antigone, i sintomi di M.  ricompaiono quattro anni dopo. Non era stato possibile, infatti, rimuovere la massa in maniera radicale, trovandosi troppo vicino ad aree cerebrali dalle quali dipende la sensibilità e il movimento, la cui lesione può provocare disabilità permanenti.
Alla ricomparsa dei sintomi, M. viene visitato dagli operatori sanitari del carcere, sia dal medico penitenziario sia da uno specialista psichiatra, per i quali i disturbi sono in relazione a stati d’ansia e attacchi di panico. Gli episodi di crisi convulsive vere e proprie ricompaiono solo in seguito, e vengono trattati con iniezioni intramuscolo di farmaci antiepilettici. Ma anche in seguito alla comparsa di questi nuovi sintomi, M., costretto in un istituto carcerario che dista oltre un’ora di macchina dal servizio di Neurochirurgia più vicino, non viene sottoposto a nuove indagini strumentali né a visite specialistiche che evidenzino o escludano una ripresa di malattia. M. è un uomo giovane, affetto dalle complicazioni di una malattia oncologica, che può andare incontro a esiti disabilitanti e potenzialmente letali e che avrebbe bisogno di un monitoraggio specialistico e regolare, possibilmente a carico di un unico centro di riferimento che abbia la possibilità di conservare la sua storia clinica completa, sono le conclusioni di Antigone sulla vicenda di questo detenuto.
Il caso di M. è emblematico per denunciare come le persone che si ammalano di patologie croniche avrebbero bisogno di essere prese in carico da servizi specialistici per fare visite periodiche sia dentro sia fuori dal carcere, di intraprendere terapie specifiche e che s’intervenga sui fattori di rischio. Tutte queste necessità si scontrano con una sanità penitenziaria al collasso. Il personale è insufficiente ad un’adeguata gestione del problema. In media è presente un medico ogni 700 detenuti e, in alcuni casi, l’assenza di personale non garantisce la presenza di almeno un medico nell’arco delle 24 ore, mentre gli infermieri che si trovano a dover fronteggiare situazioni emergenziali avendo come unici interlocutori gli agenti del personale di polizia penitenziaria, che non sono certo in possesso delle competenze necessarie per rappresentare una risorsa utile in questi contesti. In molti abbandonano l’incarico a causa di una posizione lavorativa instabile e piena di rischi; senza che si riesca a trovare dei sostituti.