
Una persona che ha il cancro ha tempo e voglia di pensare all’esercizio fisico, ammesso che le sue precarie condizioni di salute gli permettano di fare del movimento che vada oltre alle attività essenziali, ammesso che queste siano ancora gestibili in autonomia? Se gettiamo uno sguardo al proliferare degli studi scientifici sull’argomento, la riposta è sì, fare attività fisica è possibile e desiderabile. Chi la pratica riduce i rischi di mortalità per tumore del 30-40%. Introducendo l’esercizio fisico nella terapia, si riduce l’infiammazione, le comorbilità e la fragilità, al punto che la partica motoria sta diventando una strategia ottimale per la gestione abbinata di tumori e comorbilità.
Insomma, quando l’attività è commisurata alle reali condizioni di mobilità del paziente, non solo è possibile ma pure auspicabile, tant’è che, a livello scientifico, viene intensamente studiata. Per Kathryn Schmitz, del Penn State College of Medicine, presidente della sessione educativa sull’esercizio fisico in oncologia all’ultimo congresso ASCO, che ha da poco chiuso i lavori negli States, è sufficiente gettare uno sguardo ai numeri per capire la l’importanza di questo approccio terapeutico fra i ricercatori. Nel 1996, una revisione sull’esercizio fisico in oncologia che includesse tutti gli studi aveva identificato e analizzato solo 4 sperimentazioni randomizzate controllate. «Oggi con una ricerca su PubMed si ottengono migliaia di risultati».
In altre parole, l’osservazione del fenomeno, ci racconta che l’esercizio fisico gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione dei tumori, primaria e secondaria. E che i ricercatori sono concordi nel cercare di affinare queste pratiche terapeutiche da farsi in tuta e scarpette ginniche.
Diamo per scontato che i benefici dell’attività fisica in termini di prevenzione primaria del tumori li conosciamo già, e che, grossomodo, sono gli stessi che ci permettono di prevenire un sacco di altre malattie croniche, come quelle cardiovascolari, fra cui l’infarto e l’ictus, o quelle del metabolismo, come il diabete. Le evidenze epidemiologiche rapportate alla sola oncologia, suggeriscono una riduzione del 10–20% del rischio per sette tumori comuni (mammella, endometrio, rene, vescica, esofago, stomaco, colon) in chi è adeguatamente attivo fisicamente rispetto a chi non lo è.
Dagli interventi che si sono succeduti ad ASCO è emerso che sono in corso nuove sperimentazioni incentrate sulle recidiva dei tumori, sull’esercizio fisico personalizzato nel paziente oncologico per migliorare la tolleranza alla chemioterapia. Approcci che hanno permesso di mettere a punto già parecchie metodiche efficaci, che però i budget fanno fatica ad accollarsi e la ricerca di personale adeguatamente qualificato non sempre dà buoni frutti.
Va da sé che, per essere realmente efficace, una proposta di attività motoria deve essere personalizzata sul paziente. Dai lavori Asco è emerso anche che l’esercizio fisico è più efficace se viene prescritto in modo preciso, come un farmaco. Così come non si prescrive a una persona un tot di chemioterapia ma un numero prestabilito di sedute messe a punto fin nel più piccolo dettaglio, così l’American College of Sports Medicine suggerisce di implementare le raccomandazioni studiate sul principio di frequenza, intensità, durata e tipo di esercizio fisico (Frequency, Intensity, Time and Type of exercise, FITT).