
In Italia continuiamo ad ammalarci e a morire di amianto, nonostante questo minerale cancerogeno sia stato bandito da trent’anni. Il dato è emerso con forza al seminario che s’è tenuto il 18 ottobre a Torino, presso il Polo del Novecento, storica sede di una delle più importanti istituzioni culturali torinesi. È emerso altresì che il problema dell’amianto, a causa della volatilità della fibra, non è mai un problema circoscrivibile solo al lavoro e alle categorie professionali, ma si allarga e diventa una criticità del territorio. Inoltre, che è falsa l’opinione diffusa che l’amianto sia da considerarsi attività residuale dell’industria del 900 e che i morti, che ancora si verificano, siano una conseguenza del secolo scorso. «Non siamo di fronte a una realtà residuale, lo dimostrano i dati – ha ricordato Alberto Gaino, giornalista e autore di un libro inchiesta sulle criticità dell’amianto – nell’arco degli ultimi trent’anni, dalla legge 257 del 1992 che ha messo al bando l’amianto, vi sono stati 120 mila morti. Siamo passati dai morti fra i lavoratori dei grandi gruppi industriali della meccanica, delle acciaierie e della cantieristica, ai morti prevalenti di oggi fra gli edili. Questo perché la legge del 1992 ha permesso l’uso duraturo degli impianti civili e industriali contenenti amianto come coibente».
Sulla questione dell’amianto sembra sia calata una coltre di silenzio di chi pensa che con la legge del 1992 si sia chiuso ogni problema, se non in termini di inevitabili ricadute. «Secondo una ricerca accreditata, la stima prudente è di 4 mila casi annuali di malattia asbesto correlati in Italia, ma se lo scenario diventa il mondo, i casi salgono a 255 mila – ha aggiunto Gaino, ricordando – che in 2/3 del mondo l’amianto è tuttora liberamente commerciabile».
La recrudescenza dei casi di amianto fra gli edili, gli elettricisti, gli idraulici e gli imbianchini va messa in relazione alle ristrutturazioni di immobili che si sono moltiplicate grazie al super bonus del 110/%. «Lo stato italiano sta investendo circa 50 miliardi in quest’iniziativa – ha chiosato Alberto Gaino – ma si parla poco di come l’amianto possa essere smaltito attraverso questa grande operazione».
Da quanto si sapeva che l’amianto facesse male? «Dai tempi di Plinio il Vecchio – ha ricordato nel suo intervento Bice Fubini, docente di Chimica Generale ed Inorganica, facoltà di Farmacia dell’Università di Torino – che suggeriva di non comprare schiavi che avessero lavorato nelle miniere d’asbesto perché morivano troppo presto». Come mai c’è voluto tanto tempo per sollevare il problema sanitario? «La prima risposta esula dalla responsabilità delle persone, perché da un punto di vista scientifico era difficile concepire che potesse fare male una sostanza che chimicamente era la più inerte che si conosceva». Le restanti risposte, invece, chiamano in causa la responsabilità umana. «C’è voluto più di un secolo perché si ammettesse la responsabilità di un prodotto che emergeva in maniera piuttosto evidente». La scoperta dei corpi asbestotici, le fibre di amianto che s’infilano nel tessuto polmonare e che sono il marker sicuro dell’esposizione all’amianto, risale al 1929. «Per l’asbestosi associata al tumore polmonare bisogna aspettare le conclusioni di Christopher Wagner, il quale studiò le miniere di crocidolite (amianto blu) del suo Paese, il Sud Africa, dimostrando sia l’evidenza epidemiologica che l’asbestosi colpiva le persone che vi avevano lavorato (i neri, donne e bambini, che lo estraevano a mani nude dalla roccia) sia l’evidenza sperimentale (il minerale venne somministrato a degli animali, che si ammalarono tutti di mesotelioma)». Questo accadeva nel 1959-60. Nel 1977 lo IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) pubblica una monografia che conferma la cancerosità degli amianti. Da allora, doveva essere chiaro a tutti che gli amianti non potessero più essere lavorati, però non andò così. Chi era al corrente della pericolosità dell’amianto? «Le maestranze non avevano facile accesso alle riviste scientifiche; chi invece li assumeva quegli operai, sì». Adesso gli atti di diniego si affinano attraverso gli indipendent scientists. Si tratta di «scienziati che non lavorano per enti di ricerca e università ma che lavorano in proprio grazie alle sovvenzioni che ricevono dall’industria dell’amianto. Fanno lavori a modo loro acuti per smontare le verità, e ricevono in cambio un sacco di soldi». Come si muovono? «Rielaborando con dolo i dati epidemiologici: ipotizzando che i casi di esposizione ad amianto presenti in certi studi non siano corretti, perché non si può escludere che l’amianto sia stato assunto prima dell’esposizione sotto indagine; oppure fanno distinzione fra i vari tipi di amianto. I tipi di amianto banditi sono sei. Fra loro differiscono per diversa famiglia mineralogica o per differente biodegradabilità. Di uno di questi, il crisotilo, si cerca di asserire a torto che non faccia male, se non in commistione con la tremolite, un altro dei sei minerali incriminati». Altra fake news è che a fare danno basta la prima esposizione mentre le successive non possono peggiorare un quadro clinico già compromesso. «Falso, maggiore è l’esposizione, maggiori sono i rischi di contrarre la malattia». Oppure che il crisotilo è meno pericoloso e lo si può lavorare in sicurezza. «Falso, è meno potente ma causa anch’esso il mesotelioma, anche se i Paesi che lo producono sostengono il contrario». In Canada molte associazioni hanno finanziato la difesa del crisotilo. «Anythingh but Chrysotile (“Tutto ma non il Crisotilo”) il loro motto».