
È sempre cosa sana e giusta fare movimento tutti i giorni. È quanto suggeriscono le linee guida contro le malattie non trasmissibili, quelle che il nostro metabolismo è in grado di sviluppare per un combinato disposto di fattori di rischio. Questi ultimi vanno da un’alimentazione sbilanciata a causa dei troppi grassi saturi e zuccheri aggiunti, all’inquinamento dell’aria che respiriamo e, appunto, alla scarsità di attività fisica. Le linee guida di prevenzione ricordano che fare attività fisica a cadenza quotidiana è un vero toccasana per la mente e per il corpo, anche per prevenire le malattie oncologiche. Quando è possibile è bene non rinunciarvi mai, neanche in vacanza. Neppure se si fanno ferie di pochi giorni in una città di mare come Venezia. Chi ancora non lo sa, lungo le contrade e su e giù per i ponticelli della Serenissima ogni anno a ottobre si corre una maratona. Il turista meno performante, tuttavia, può limitarsi a uscire la mattina dall’albergo o bed-and-breakfast e perlustrare un tratto di città di corsa. È bello farlo quando ancora tutti dormono, eccetto i negozianti che sbucano dai portoni scalcagnati dalla salsedine e raggiungono ancora insonnoliti le loro botteghe, i pugni in tasca per il freddo e la nebbia d’inverno. Basta poco, venti minuti e l’allenamento ideale è nel paniere delle cose fatte. Il resto dell’attività motoria a Venezia lo si fa andando a zonzo per la città a rimirare case, chiese e monumenti. O intrattenendosi lungo i padiglioni di una delle ricorrenti Biennali che celebrano il cinema, il teatro, l’arte o l’architettura.
Fu Ippocrate (460-370 B.C.) a prescrivere che l’uomo, per mantenersi in salute, non deve solo mangiare secondo certe regole ferree (regime), ma deve anche fare esercizio fisico, dato che il buon cibo e l’esercizio fisico producono salute. Galeno (129-210 A.D.) in suo significativo contributo sulla teoria della medicina sostiene che la pratica medica deve ruotare intorno a quello che è “naturale” (fisiologico, secondo natura) e a quello che, all’opposto, è “non naturale” (tutto ciò che non è innato) per difendersi da quello che è “contro-natura” (la sfera della patologia). Centrale in questa teoria è che la salute (quale elemento “naturale”) è in rapporto all’uso e all’abuso delle sei seguenti cose “non naturali”: 1) salubrità dell’aria; 2) mangiare e bere; 3) sonno e veglia; 4) movimento fisico; 5) secrezioni e ritenzioni dell’organismo; 6) tenere la mente occupata. Se le pratiche “non-naturali” vengono perseguite con moderazione, la salute è il risultato più prossimo, se invece si trasgredisce a questa regola, se si arriva agli eccessi, o non si dà importanza a un bilanciamento fra ciò che è “naturale” e ciò che è “non-naturale”, malattie e malessere sono il risultato.
Tuttavia, ci fu un tempo, nel Secondo dopoguerra, in cui i rettori delle Università americane pensarono addirittura di bandire le discipline sportive dalle pratiche accademiche. Le consideravano una perdita di tempo che distraeva gli allievi dai compiti intellettuali. Furono i medici fondatori dell’American College of Sports Medicine” (ACSM) che introdussero, non senza qualche resistenza, il movimento fisico nell’arena della ricerca scientifica. Furono studi pionieristici sulla “salute del cuore” che portarono alla pubblicazione di lavori quali “Le malattie prodotte dalla mancanza di movimento”. Lo specifico di queste ricerche è che sono focalizzate generalmente su normali o più intensi esercizi umani comparati con i già esistenti, in fisiologia e in medicina, per pazienti che hanno malattie croniche o d’altro tipo. Questi ricercatori studiavano la salute in opposizione all’andamento della malattia ed erano spronati dall’imparare come mantenere sana la popolazione sana. Inoltre, molte di queste nuove ricerche sugli esercizi si accordavano con vari aspetti dell’attività fisica, del fitness e della salute.
Dal 1970 l’interesse per la pratica sportiva e le sue connessioni con la salute diventa di pubblico dominio nella letteratura scientifica. È quando riviste di vertice come JAMA e come The New England Journal of Medicine cominciano a pubblicare articoli sui differenti aspetti dell’attività fisica, che includono il bisogno dell’attività fisica nell’approccio clinico alla malattia.
Oggi è assodato che l’attività fisica è una pratica vitale e relativamente poco costosa per combattere le malattie più pericolose che, nella maggior parte, si possono prevenire. Per esempio, a comportamenti non corretti sono attribuiti 2/3 di tutte le morti; l’obesità combinata con inattività fisica e tabagismo è responsabile delle morti premature.