Diagnosi precoce nel tumore della prostata

Diagnosi precoce, gestione multidisciplinare e terapie mirate, insieme ad una comunicazione chiara, finalizzata a un coinvolgimento non solo maschile, sono le strategie cruciali per contrastare il tumore della prostata. È quanto è emerso dal webinar che la Fondazione Onda ha organizzato il 1°marzo, dal titolo “Tumore della prostata: un’alleanza per combatterlo”. Stando all’ultimo rapporto dei “Numeri del cancro in Italia”, nel 2021 le nuove diagnosi di tumore della prostata sono state 40.500, qualcosa come il 19,8% di tutti i tumori maschili e circa 4500 in più rispetto all’anno precedente, il 2020, che, a causa dei rallentamenti diagnostici per effetto degli accessi contingentati nei luoghi di cura a causa della pandemia da Covid-19, si erano fermati a 36 mila. Detta in parole semplici, “meno si cerca, meno si trova”. Ecco perché al webinar si è parlato soprattutto di diagnosi precoce, come strumento da introdurre su scala europea per raggiungere l’obbiettivo prefissato dal piano di prevenzione contro il cancro messo a punto nel 2021 e per il quale la EU ha già stanziato 4 miliardi solo per l’individuazione precoce dei tumori. Il fine è quello di migliorare l’accesso alla diagnostica di qualità, di modo che, entro il 2025, il 90% della popolazione UE con necessità d’indagine oncologica abbia la possibilità di sottoporsi agli screening più appropriati. Perché un’associazione come Onda, che funge da “Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere” abbia voluto dare risalto a questo tumore di “genere” non è intuibile soltanto in base all’headline appena riportato. Nel 2021 Fondazione Onda, in collaborazione con l’istituto partner Elma Research, ha avviato un’indagine conoscitiva con l’obiettivo specifico di indagare la percezione che uomini e donne hanno della prevenzione del tumore della prostata. È così emerso che gli uomini, hanno una scarsa attitudine a sottoporsi a controlli in assenza di problematiche specifiche o disturbi manifesti per tutto ciò che attiene alla sfera sessuale e riproduttiva. «Per questo è importante identificare le possibili traiettorie di intervento per promuovere una corretta informazione e facilitare l’accesso alla diagnosi precoce» era scritto a commento dell’indagine. Inoltre, che il ruolo della donna nel favorire la prevenzione e la diagnosi precoce è molto importante. Le donne agirebbero da mediatrici, prenotando le visite e motivando il proprio partner o famigliare a farlo.
Secondo il Prof. Giario Conti, Direttore di Urologia, Ospedale S. Anna di Como e segretario generale della Società Italiana di Urologia Oncologica, oltre ai fattori di rischio legati all’etnia (i neri sono più rischio dei bianchi), alle cattive abitudini alimentari e alla sedentarietà, è molto importante considerare la familiarità: più ampia della sola presenza di un parente di primo grado con il tumore della prostata. A raddoppiare il rischio incide la presenza di parenti di primo grado affetti da altri tumori con mutazioni genetiche che rappresentano un rischio di familiarità specifico per il tumore della prostata. Gli ha fatto eco Nicolò Borsellino, Direttore del Unità Operativa Complessa di Oncologia Medica dell’Ospedale Buccheri La Ferla Fatebenefratelli di Palermo, per ricordare quanto è dirimente oggi nella lotta al tumore della prostata, la ricerca delle mutazioni genetiche ereditarie che concatenano il tumore della prostata al tumore della mammella, pancreas e colon. «La prevenzione per ricadute endofamiliari è entrata di diritto fra le strategie di prevenzione. È importantissima, è la prima cosa da fare al primo contatto con il paziente». Senza contare che, quanto più precoce è la diagnosi, più la proposta terapeutica può essere il più possibile personalizzata.
E se lo screening di massa del PSA non ha portato risultati tangibili a livello epidemiologico, un cambio di rotta verrebbe migliorando la comunicazione per spingere gli uomini a sorvegliare il proprio benessere urinario. Sul piano della comunicazione, è necessario «dire a tutti che un rischio endofamiliare è importante da investigare». A detta di Stefania Gori, presidente Associazione italiana oncologia medica, per il tumore della prostata è bene muoversi prima nel definire le fette di popolazione più a rischio da sottoporre ai test di screening, a cominciare da quelli genetici, che vengono effettuali ricorrendo a un semplice prelievo di sangue, tanto più che «gli uomini sono terrorizzati dal tumore della prostata e dal danno di erezione… bisogna fare di più a livello di comunicazione per favorire la partecipazione agli screening».
Per Andrea Salvetti, presidente Società italiana di Medicina Generale, tra gli uomini vi sarebbe scarsa conoscenza sui sintomi che dovrebbero spingerli ad andare dal medico. «Spesso sono le mogli che chiedono il test del PSA per i mariti. Una persona sana può accorgersi che è malata: è questa la paura che alberga dietro la disaffezione nei confronti dei test di screening per il tumore della prostata. “La comunicazione è tempo di cura”.
«Finestra di curabilità che non cambia – ha aggiunto Borsellino – nel momento in cui si persegue la libertà da effetti collaterali dalle cure». Cosa che accade quando la sorveglianza attiva riduce gli effetti negativi della sovra diagnosi. «Solo così il paziente ti segue dovunque».