
La pandemia sta facendo danni profondi nella psiche degli italiani. Sta catalizzando ogni tipo di risorsa e tutte le energie propositive della società. Come se gli altri problemi non esistessero. Come se le altre malattie fossero procrastinabili sine die perché l’attualità è il covid, la sua enorme copertura mediatica e tutto il resto che ne vien dietro. Dal 16 al 20 novembre 2020 si è tenuta in tutta Europa la settimana di sensibilizzazione contro i danni provocati dall’alcol. Qualcuno se n’è accorto? Eppure fra le iniziative ve n’era una dedicata al virus che fra un po’ ci stuferemo perfino di nominare. Nella sezione dedicata alle “Politiche sull’alcol in epoca covid” si è parlato dei danni che l’alcol accentua nei polmoni, facendoli diventare facile preda della polmonite bilaterale, a causa del processo infiammatorio che birra, vino e super alcolici scatenano negli alveoli polmonari. Un’altra sezione, con radici ben più solide nella tradizione scientifica, inquadra il problema dell’alcol come fattore di rischio per diversi tipi di tumore. Nelle slide e negli articoli sull’argomento, una parte è dedicata a smascherare le fake news. Come quella che l’alcol fa bene a cuore e arterie perché contiene un polifenolo (resveratrolo) che ha effetti protettivi sulla salute. Peccato che per attivare questi effetti bisognerebbe bere 240 litri di vino a giorno, ricorda Emanuele Scafato, epidemiologo e gastroenterologo dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, con cariche di vertice in seno agli Osservatori sull’alcol dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’Istituto Superiore di Sanità. Scafato è uno che non le manda a dire. A lui si devono articoli tra i più chiari sui pericoli che l’alcol rappresenta per la salute, senza tentennamenti di giudizio o strizzatine d’occhio all’industria e all’indotto che, grazie all’alcol, prosperano. Grazie ai sui articoli, invece, scopriamo che non esistono dosi di alcol da considerarsi benefiche per la salute. Oltre i due bicchieri al giorno per l’uomo e a uno per la donna, a parere di Scafato s’incrementa il rischio di 220 malattie tra le quali dodici tipi di cancro. L’alcol è responsabile del 50% dei tumori al fegato. Il cancro del colon-retto, tra i più sensibili all’alcol, è la seconda forma più comune di cancro in Europa: un caso di cancro del colon-retto su dieci dipende dal consumo di alcol. Il cancro al seno è secondo solo a quello del colon-retto tra le cause imputabili all’alcol. Inoltre, l’alcol apporta 7 chilocalorie per grammo (tantissime!) ma si tratta di energie prive di «sostanze nutrienti, prive di finalità funzionali o metaboliche specifiche». Ecco perché l’alcol non compare mai in alcuna piramide nutrizionale, Dieta Mediterranea compresa: a causa della cancerogenicità e dello scarso apporto nutrizionale.
Dunque bere fa male, bere molto fa peggio, tanto più se la quantità eccessiva di alcol è condensata in poche ore, cosa che capita durante gli aperitivi o nelle serate in discoteca. Il fenomeno è chiamato binge drinking e ha pesanti ripercussioni sulla salute. Le vittime non sono solo i giovani, ma anche adolescenti, adulti e over 65 anni. Fatto sta che si parla di binge drinking come uno dei maggiori pericoli di salute pubblica a causa della trasversalità generazionale. Lo affermano gli autori di una meta-analisi che ha fatto il punto sui danni del binge-drinking a tutte le età. Commentando i risultati degli studi revisionati, per molti dei quali sono stati reclutati soggetti d’età compresa fra i 40 e i 60 anni, gli autori hanno indicato nel binge drinking il fattore più frequente in caso di eventi cardiovascolari maggiori come l’ictus e l’infarto. Bere tanto in poco tempo provocherebbe un aumento immediato della pressione arteriosa e dell’aritmia in grado di scatenare gli eventi acuti.
In questa meta-analisi si fa propria la definizione di binge drinking basata sul consumo di 5 drink di fila negli uomini e quattro nelle donne con una media due volte al mese (a settimane alterne). Il drink è un bicchiere di qualunque sostanza alcolica con all’interno dai 12 ai 14 grammi di etanolo. Per esempio, il classico bicchier di vino o il ciupito di un superalcolico qualunque.
A proposito dei giovani, si sottolinea la tendenza di un aumento nel consumo. Dai dati raccolti nei centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, veniamo a conoscenza che la media viaggia intorno ai 9 drink a settimana nei giovani di 18-24 anni, contro il 6,6 nelle persone di 45-65 anni. Ciò nonostante, la media degli episodi di binge drinking in un mese è identica per entrambe le categorie (4,2), segno che durante le occasioni di binge drinking i giovani bevono di più dei loro genitori e nonni.
Senza contare gli effetti dannosi per il cervello. Alcuni studi evidenziano che, tra gli adolescenti soliti ad alzare il gomito, molti hanno l’ippocampo ridotto. Si tratta della parte del cervello dove si sviluppa la memoria. Ecco perché Scafato, parlando delle iniziative dedicate alla settimana di sensibilizzazione contro il consumo di alcol, suggerisce di attivare politiche che rendano meno disponibile l’alcol fra i giovani. Per farlo è necessario che la società sviluppi gli “anticorpi” giusti (niente covid, stavolta!). Parafrasando Scafato, la società deve mettere a punto una comunicazione sulla salute valida, oggettiva e distante dagli interessi delle varie consorterie. L’auspicio è che chi fa impresa con l’alcol non faccia pagare i costi sanitari e sociali delle iniziative che adotta a livello di marketing alla società degli individui alla quale apparteniamo tutti.