
Diradare la fitta coltre di nebbia che ancora avvolge il virus. Con questa metafora uno dei ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori (INT) ha introdotto la discussione presso la sede di via Venezian a Milano. Ma più che al tempo uggioso del 19 novembre scorso, giorno della conferenza stampa, il relatore alludeva alla tempesta di domande alle quali lui e colleghi sapevano di dover rispondere. L’antefatto è la breaking news che le agenzie di stampa hanno rilanciato desumendola dall’abstract di un loro recente studio. Stando a questo studio che l’INT ha condotto in cooperazione con l’università di Milano e con quella di Siena è possibile retrodatare la comparsa del covid-19 in Italia e nel mondo di tre mesi rispetto al 31 dicembre scorso, giorno in cui la Cina ha annunciato i primi casi di coronavirus con epicentro a Wuhan. Come mai lo studio non è apparso su una rivista di alto profilo scientifico? C’è motivo di pensare che il virus non venga dalla Cina? Perché gli ospedali non sono andati in sofferenza già nel 2019? Perché di covid non vi è traccia con lo stesso anticipo in altre nazioni, visto che ha scatenato una pandemia? Queste sono solo alcune delle domande rimbalzate sui social e riproposte durante la conferenza stampa. Avendo partecipato alla conferenza stampa online, siamo in grado di sintetizzare le risposte. Ma torniamo all’antefatto. L’antefatto è che lo studio in questione ha analizzato i dati di persone che avevano aderito volontariamente al progetto SMILE finalizzato alla prevenzione del rischio del tumore del polmone in una coorte di popolazione per lo più di mezz’età, con una storia importante di fumo e con problemi di sovrappeso (77%) – spiega Gabriella Sozzi, Direttore della S.C. Genomica Tumorale dell INT. Sui 959 campioni di plasma raccolti è stata fatta una valutazione di siero-prevalenza a parte, allo scopo di verificare se contenessero tracce del virus. Risultato, 111 campioni positivi agli anticorpi IGG, IGM o entrambi. Alcuni campioni sono retrodatabili ai primi di settembre 2019, altri ad ottobre. Ad ottobre quattro campioni avevano gli anticorpi neutralizzanti, quelli in grado di uccidere il virus. Vi è poi stato un consolidamento degli anticorpi nei mesi successivi, con un picco a febbraio 2020. Da un punto di vista geografico, i soggetti provengono da tutte le regioni, con prevalenza da quelle più colpite durante la prima ondata. Non a caso la Lombardia ha fornito più del 50% dei casi.
Dunque, come mai lo studio non è apparso su una rivista di rango, di quelle che sottopongono gli articoli a revisione fra colleghi prima della pubblicazione? Avevano sottoposto il lavoro a «Science», ma la redazione della prestigiosa rivista ha risposto che, a causa dell’intasamento nei lavori sul covid, gli servivano parecchi mesi prima di una risposta purchessia. Troppi, per chi credeva di avere fra le mani dati che la comunità scientifica doveva conoscere subito. È così che l’articolo approda a un public server che fa servizi di pre-selezione. A causa della tipologia di dati prodotti, il public server risponde che la peer-review è indispensabile anche per le loro valutazioni. Ecco spiegato perché, per ridurre i tempi di attesa, si rivolgono a «Tumori Journal». Si tratta di «un vecchio Journal in lingua inglese che da qualche tempo accoglie abstract di future pubblicazioni anche senza peer-review», spiega Giovanni Apolone, Direttore scientifico INT.
E sull’origine del virus diversa da quella cinese? Seguendo il filo del discorso del direttore scientifico, per Apolone e colleghi è vero il contrario, e cioè che l’epidemia in Cina è scoppiata prima di quando le autorità lo hanno comunicato ufficialmente. Il che significa che i cinesi hanno perso tempo nel darne notizia. Insomma, se i dati di settembre sono coretti, significa che in Italia c’è stata una preondata della quale non abbiamo avuto sentore perché non eravamo preparati a interpretarla. In base alla esperienza di quest’estate, al basso profilo che il virus ha mantenuto fino alla fine di settembre, sappiamo che il contagio può calare per effetto stagionale ma non scomparire.
Perché la sofferenza degli ospedali non è cominciata prima? A dire il vero, prima di marzo sapevamo di polmoniti atipiche in una frequenza tale che non si sono trovate spiegazioni valide per giustificarle, casi clinici per i quali è sicuro che l’influenza stagionale non c’entrasse nulla. In ogni caso, dall’INT commentano che con i loro dati non stanno cercando una risposta per tutto, piuttosto auspicano che la comunità scientifica li utilizzi, accorpandone di nuovi, per gettare una luce nuova su quanto di accaduto è ancora poco chiaro. Oggi siamo a conoscenza del caso del bambino lombardo curato per una malattia esantematica a novembre, nel cui test ematico è stato trovato l’RNA del virus, una prova più sicura rispetto alla risposta anticorpale. Ok, ma perché altri studiosi in altri nazioni non sono pervenuti alle stesse conclusioni? All’INT è quello che auspicano, ovvero che anche in altri centri di ricerca si adoperino per fare quello che hanno fatto loro, recuperando i campioni ematici, raccolti per gli screening oncologici o di altro tipo, e sottoponendoli a test specifici in cerca di tracce anticorpali o genetiche del virus.
Infine, il virus che circolava in periodo pre-pandemico è lo stesso che sta causando così tanti morti? Lo studio in questione ci dice soltanto che gli anticorpi trovati sono gli stessi del Sars-Cov-2 del ceppo di Wuhan. Grazie ad altri studi abbiamo scoperto che da allora il virus è mutato in diverse forme, diventando più aggressivo e letale, con buona pace dei “negazionisti” e dei “calmieratori” di professione che anche in Italia, a partire da quest’estate, hanno provato a minimizzare gli effetti del covid-19 sulla popolazione. Una controprova della mutazione è che il virus, trasmesso all’uomo da un animale, pipistrello o pangolino non è ancora chiaro da quale dei due, l’uomo l’ha trasmesso al visone.