
Chissà se l’esperienza del covid ci sta insegnando a inquadrare meglio i problemi dei pazienti affetti da malattia cronica? È quello che si è chiesto Neil Vickers, condirettore del Centre for Humanities and Health al King’s College di Londra, in un articolo apparso sul numero di ottobre 2020 di «Cronache di medicina narrativa», la newsletter di Fondazione Istud, dipartimento Sanità e Salute. Questo perché i lunghi giorni di isolamento durante il lockdown, lo stress emotivo, il timore di aver contratto il virus, la rabbia per essere evitati, guardati con sospetto per via del contagio, infine la paura delle conseguenze della malattia, tutti insieme questi fattori hanno forti assonanze con lo stigma sociale che etichetta la malattia cronica. Il malato oncologico è per definizione un malato cronico, perché ha bisogno di cure e assistenza continue. Molto spesso la condizione di malato oncologico diventa una condizione mentale incancellabile, che perdura ben oltre i confini clinici della malattia. Sarà perché lo stigma del cancro è difficile da estirpare dai pensieri di tutti. Tutti una mattina si possono svegliare con una macchia sospetta e vedersi ribaltare l’esistenza a causa di una diagnosi infausta. Di qui la paura, il tabù e lo stigma. Di qui il piano diabolico di isolare socialmente i malati fragili come fossero delle anitre zoppe che il branco abbandona nei periodi di migrazione. Di qui la volontà del paziente di chiudersi a riccio, per fare trapelare il meno possibile della paura che lo attanaglia.
Il cancro rappresenta il lato oscuro dell’esistenza, diceva la scrittrice americana Susan Sontag, che sapeva bene di cosa parlava. A 45 anni le è stato diagnosticato un tumore al seno, poco dopo all’utero, dai quali guarirà. Muore di leucemia nel 2004, a 71 anni. Per Sontag il modo peggiore per affrontare questo tipo di malattia è caricarla di significati simbolici, specie quelli derivanti dal contesto bellico, che tendono a delegittimare le paure e le fragilità. I continui richiami a essere più forti del nemico o della bestia che ci portiamo dentro, la richiesta di sottomissione ai bombardamenti radio e chemioterapici, il fronte aperto con le nuove cure, sono tutte metafore che non fanno che accrescere l’ansia da prestazione in un malato fragile costretto a indossare i panni impropri del soldato di prima fila. Peccato che niente e nessuno più del soldato di prima fila sperimenti la caducità dell’esistenza. Al fronte c’è sempre un cecchino in agguato. In trincea arriva sempre l’ordine di uscire a combattere corpo a corpo, a colpi di baionetta, all’arma bianca, quando non a mani nude. Come si vede, tutte metafore dell’inadeguatezza di fronte all’incalzare del male oscuro o allo stato di prostrazione causato da trattamenti invasivi; altro che ottimismo combattivo. Senza contare il rovescio della medaglia. Ovvero, chi non ce la fa e soccombe è da bollare come un disertore, un codardo o un perdente? Nel qual caso si continua a fare dello stigma del cancro, o di qualsiasi altra malattia cronica e degenerativa, un monolite sempre più ingombrante lungo il cammino della comprensione dei fenomeni e dell’accettazione delle leggi che governano l’esistenza.
Per lo psicanalista Vittorio Lingiardi, d’accordo con Susan Sontag, la malattia come sforzo bellico è sbagliata. Tuttavia, nel libro “Vita e destino” (Einaudi) Lingiardi ricorda che la metafora di per sé è troppo importante perché malato e curante vi rinuncino a priori. In tutte le narrazioni la metafora serve a esprimere la soggettività di chi parla e stimolare quella di chi ascolta. Nel caso di specie, serve per capire e descrivere la malattia oncologica. Nel raccontare di sé, delle proprie paure di fronte al male oscuro, il paziente oncologico trova nelle metafore degli strumenti di rappresentazione molti efficaci per descrivere quello che sta provando a livello fisico, di sintomi, e per esprimere quello che sta vivendo sul piano emotivo, di sensazioni. Anche il medico vi ricorre. Il bravo medico si affida alla metafora se vuole farsi capire in maniera più empatica e se ha bisogno di uscire dai tecnicismi. Anzi, per il curante, la metafora, oltre ad accorciare le distanze, oltre a far sentire il paziente meno solo e meno succubo dello stigma, diventa la via maestra per ravvivare il dialogo con il proprio assistito, dialogo basato sulla comprensione e accettazione psicologica della malattia. «La pratica clinica è fatta di racconti. La diagnosi stessa può essere vista come un tentativo di dare una trama ad eventi apparentemente non collegati», scrive Lingiardi per sottolineare l’importanza dell’intervento soggettivo sia del medico sia del paziente nella relazione rappresentata dalla malattia.
E dunque, cos’ha concluso Neil Vickers, professore di Letteratura Inglese & Health Humanities al prestigioso King’s College di Londra, nell’articolo dal quale abbiamo preso le mosse, parlando di stigma e di metafore sbagliate, di narrazione e di metafore calzanti in merito agli insegnamenti che stiamo apprendendo in epoca covid? Che contrariamente ai buoni propositi del covid come percorso tortuoso e sofferto ma che alla fine ci avrebbe reso migliori, a parere di Vickers l’emergenza in atto ci vede ancora lontani dalla comprensione delle implicazioni profonde della malattia cronica e oncologica. Piuttosto, sembra prevalere ancora una resistenza tenace da parte di chi sta bene e non ha problemi fisici permanenti nel voler conoscere a fondo la malattia cronica. Come interpretare diversamente i comportamenti a dir poco irresponsabili di un’intera comunità nel minimizzare i problemi quando le varie curve di morbilità e mortalità sembravano sotto controllo? E quello che oggi vale per il covid c’è il rischio che domani torni in auge per il tumore e per ogni altro tipo di malattia che, a causa del suo stato permanente, sembra minare alla basi l’idea di salute come onnipotenza alla quale i sani fanno voto di devozione peggio che gli idolatri con i loro dei.