
«Per molto tempo sono andato a letto presto. Non facevo in tempo a spegnere la luce che gli occhi mi si chiudevano dal sonno». Così comincia niente meno che la “Recherche” di Marcel Proust. Quanto basta per dire che Proust era un tipo “early bird”, come dicono gli inglesi? Uno di quei mattinieri che sprizzano energia alla buon’ora ma che, a sera, dopocena, crollano sul divano davanti alla tivù, oppure che vanno a letto dopo Carosello, il libro che stanno leggendo che gli scivola sulla testa come un cappello sulle ventitré? A dire il vero no, Proust era piuttosto un “night owl”, una civetta notturna, giacché dopo mezz’ora di quel sonno ristoratore, si svegliava di soprassalto e si metteva a pensare al tempo che passa senza che ce ne accorgiamo.
In ogni caso, il ritmo circadiano, cioè come il nostro organismo si fa trovar pronto nell’arco delle ventiquattrore, sembra avere un ruolo tutt’altro che secondario nella salute degli individui. Secondo uno studio norvegese che data al 2020, fra gli oltre 5 mila uomini e donne di mezz’età monitorati in base al loro ritmo circadiano e alle connesse abitudini di vita, è emerso che i tipi mattinieri fanno in media da 1 ora a un 1 ora e mezzo in più al giorno di attività fisica rispetto alla controparte dei notturni, i quali, di regola, sfruttano questo tempo per riposare. Restare attivi più lungo è senz’altro un toccasana. Il movimento inteso come esercizio fisico, non necessariamente come sport, è un presidio naturale contro i principali fattori di rischio delle malattie cardiovascolari: diabete, ictus e infarto; giacché combatte gli eccessi di glicemia, l’obesità, l’ipertrigliceridemia e la sarcopenia. Ed è altrettanto raccomandato per la prevenzione di molti tipi di tumore, specie quelli sensibili alla infiammazione dei tessuti cellulari di prostata, colon retto e seno, che hanno nella sedentarietà un terreno propizio di coltura. Al punto che le raccomandazioni per i tipi notturni sono di fare attività la sera, se è questo che l’organismo gli richiede. Meglio la sera che niente, sembrano dimostrare gli studi sull’argomento. Tanto più che il ritmo circadiano mattutino o serale è un po’ come il coraggio per Don Abbondio. Nel senso che bisogna fare con quello che si ha. Bisogna fare di necessità virtù. Chi l’ha detto che dopocena non si possa portare a passeggio il cane fino a farlo sfiancare? Nessuno, appunto. Quello che invece è senz’altro da correggere, è l’abitudine di mangiare troppo a cena. Purtroppo, il ritmo circadiano, perfetto nel regolare l’attività fisica, non è in grado da solo di opporsi al senso di appetito crescente della sera, che scatta come conclusione di una lunga giornata di lavoro, quando vi è la possibilità di rilassarsi a casa propria, una volta anche al ristorante (sic!), con libagioni che sembrano fatte apposta per gratificarci o compensarci, a seconda di come sono andate le cose nel corso delle ore precedenti. All’opposto, il ritmo circadiano che regola la fame fa fatica ad attivarsi al mattino, nonostante l’organismo sia reduce da un lungo digiuno. Ecco perché il suggerimento di mangiare di più al mattino e meno, molto meno, la sera, andrebbe seguito alla lettera, nonostante le resistenze che troviamo nel nostro corpo.
Il ritmo circadiano viene investigato anche per capire qual è il momento migliore per la terapia. In campo cardiovascolare, in base a come l’organismo reagisce alla presenza della luce e della tenebra, la pastiglia antipertensiva viene raccomandata la mattina, mentre la statina, che serve a riportare i valori di colesterolo nella norma, è meglio tollerata e sembra a fare un servizio migliore se assunta verso sera, poco prima del ristoro notturno. In campo oncologico si ha notizia di studi che partono dal presupposto che specifiche proteine del sistema circadiano abbiano un ruolo nel regolare le risposte delle cellule durante la cura chemioterapica, e che le molecole di alcuni farmaci oncologici, così come gli enzimi epatici che regolano il metabolismo degli stessi, dipendano in buona parte proprio dal ritmo circadiano. Investigare gli orari ottimali per la somministrazione dei farmaci chemioterapici ha come scopo quello di colpire le cellule malate durante la loro massima attività ma minimizzando gli effetti collaterali. Massimizzare l’efficacia e la tollerabilità dei farmaci già noti, chiosa Marina Maria Bellet del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università degli Studi di Perugia, che ha preso parte a uno progetto di ricerca finanziato dall’IARC e da Fondazione Veronesi. Alla stessa stregua, ricorda la ricercatrice, in un’intervista che compare nel portale della Fondazione, capire meglio il funzionamento dei nostri ritmi fisiologici aiuta a sviluppare nuovi farmaci in grado di resettare il sistema circadiano quando questo è alterato, aiutando a prevenire o curare tumori e altre malattie. Un approccio alla terapia oncologica che prenda in considerazione il giorno e l’ora per la somministrazione farmacologica è ancora in fase sperimentale. Per ora sappiamo che i ricercatori hanno evidenziato 12 geni connessi all’orologio interno all’organismo. È quanto sostiene il professor Achim Kramer, a capo dell’Istituto di Immunologia medica di Charité di Berlino, primo autore di una ricerca sul tema apparsa nel 2018 su «The Journal of Clinical Investigation». Secondo questo studio, a breve si potrà conoscere la finestra di tempo del massimo effetto di un farmaco, dunque ottimizzare la terapia e contemporaneamente minimizzare gli effetti collaterali.