
Le malattie cardiovascolari possono favorire il cancro, così come gli effetti cardiotossici di alcuni trattamenti tumorali aumentano il rischio di malattie cardiovascolari. Le cure chemioterapiche, la radioterapia e la terapia a base di trastuzumab, il nuovo anticorpo monoclonale che blocca una proteina che provoca il cancro al seno, sono in grado di causare danni al miocardio, indurre la disfunzione endoteliale e alterare la conduzione cardiaca. Di conseguenza, vi sono solide evidenze scientifiche di cardiomiopatie e ischemie indotte dalla terapia del cancro. Inoltre, il cancro e le malattie cardiovascolari condividono diversi fattori di rischio, tra cui il fumo, l’obesità e una dieta basata su un consumo eccessivo di grassi saturi, di derivazione animale. Insomma, ce n’è quanto basta per stare all’occhio, per quello che si può, su entrambi i fronti. Tutelarsi nei confronti dell’uno, può voler dire tutelarsi nei confronti dell’altro. Tuttavia, la nascente disciplina conosciuta con il nome di cardio-oncologia cerca di andare alla radice di questa doppia esposizione patologica. Nel farlo, ha individuato un’area privilegiata per la ricerca, quella dei processi di infiammazione a danno delle cellule staminali del midollo osseo. Le infiammazioni cellulari – sostengono gli autori di una ricerca condotta per conto della Società Europea di Cardiologia – contribuiscono all’inizio, alla progressione e alla complicanza sia dei tumori maligni sia delle placche aterosclerotiche. Si è scoperto che vi è un processo, l’emopoiesi clonale, che può scatenare sia i tumori del sangue come la leucemia, sia gli eventi cardiovascolari di cui abbiamo accennato. Normalmente l’emopoiesi è alla base della formazione delle cellule del sangue. Nel momento in cui qualcosa va storto, si riscontra un clone sanguigno espanso in persone senza altre anomalie ematologiche. Questo clone sanguigno è piuttosto comune tra le persone anziane ed è associato a un aumento del rischio di neoplasia ematologica. I portatori di emopoiesi clonale mostrano un aumento della calcificazione dell’arteria coronarica. In base a degli studi condotti sugli animali, s’è visto che nei topi inclini all’ipercolesterolemia dopo che avevano ricevuto del midollo osseo modificato secondo le alterazioni dell’emopoiesi clonale, presentavano lesioni aterosclerotiche maggiori a livello della radice aortica e nell’aorta rispetto a topi che avevano ricevuto il midollo osseo di controllo. In definitiva, la presenza di emopoiesi clonale dal potenziale indeterminato nelle cellule del sangue viene associata a un raddoppio del rischio di malattie coronariche negli esseri umani.
È stato altresì dimostrato che numerosi tipi di cancro sono associati a ictus. Secondo uno studio epidemiologico condotto tra i pazienti oncologici, il cancro può favorire l’ictus direttamente o tramite disturbi connessi all’ipercoagulazione, nonché tramite infezioni. Anche in questo caso, le opzioni di trattamento del cancro, come la chemioterapia, la radioterapia e la chirurgia, aumentano il rischio di rottura o di occlusione delle arterie che irrorano l’encefalo, conosciuti il primo come ictus emorragico, il secondo come ictus ischemico.
La gestione dei malati di cancro con ictus è delicata. Secondo le linee guida, il cancro non deve essere considerato una controindicazione nell’applicazione della trombolisi e di altre terapie salvavita, poiché il rischio di emorragia nei pazienti oncologici non è superiore a quello della popolazione generale. L’anticoagulazione, al contrario, dovrebbe essere attentamente esaminata. I medici sanno valutare i benefici e i rischi del trattamento anticoagulante per ciascun paziente individualmente; i nuovi anticoagulanti orali sembrano promettenti; tuttavia, l’eparina a basso peso molecolare rimane la prima scelta. Nel complesso, l’ictus è una complicanza grave ad alto tasso di malignità. Più o meno come il cancro.