Il cervello non ha bisogno di zucchero

“Il cervello ha bisogno di zucchero”, recitava una pubblicità di qualche decennio fa. Ebbene, secondo i criteri della comunicazione odierna, preoccupati dei consigli ingannevoli e delle fake news, quella pubblicità non sarebbe più ammissibile perché si basa su un’asserzione falsa e perché spinge al consumo di un prodotto dannoso per la salute, segnatamente per il cervello. Probabilmente all’epoca, fine anni Ottanta, c’era già la consapevolezza che il cervello fosse un bersaglio sensibile dello zucchero. Nel cervello risiedono dei recettori che, se stimolati, provocano e accrescono la dipendenza da questa sostanza ubiquitaria, ricavata dalla barbabietola. Quindi, più che un bisogno si tratta di una dipendenza, quella del cervello dallo zucchero, che scatena un elenco infinito di malattie croniche, a cominciare dall’obesità, dal diabete e da svariate complicazioni di tipo cardiovascolare e oncologico. Altro che benessere cognitivo, come lascia intendere la pubblicità dell’epoca della “Milano da bere”. Vi sono solide prove scientifiche a sostegno di questa tesi, ricorda in un recente webinar Marion Nestle, professoressa di Nutrizione all’Università di New York. Al webinar siamo arrivati sulla scia della fama che questa brava autrice s’è conquistata nel campo della divulgazione scientifica e attratti dal tema oggetto della discussione che la Nestle ha condotto insieme con altri specialisti: i progressi nel consumo di zucchero osservato nel concreto di una città-stato come New York, modello dei vizi e delle virtù del mondo globalizzato. Grazie a quel webinar scopriamo che negli States, non solo a New York, il 70% delle calorie giornaliere deriva dallo zucchero e che il 40% di questo 70% viene assunto attraverso i cosiddetti soft drink come la Coca-Cola, la Pepsi e un’altra miriade di bibite, a fronte di un fabbisogno di calorie derivanti dallo zucchero che non dovrebbe superare, a parere dei nutrizionisti, il 10% del totale. È la ragione per cui gli americani vantano una presenza di obesi e di diabetici che non ha eguali al mondo o quasi. Il webinar ci fa scoprire che gli sforzi messi a segno finora hanno prodotto dei risultati incoraggianti ma ancora molto inferiori rispetto all’entità del fenomeno. Per esempio, le macchinette per le bibite gassate sono state eliminate negli ospedali newyorkesi da un paio d’anni, mentre l’offerta di cibo delle mense interne, così come quello che viene servito ai pazienti, è stata ampliata come scelta. Accanto all’immarcescibile junk food basato su hamburger, patatine e soda drinks, è cresciuta l’offerta di alimenti più salutari. Dal pollo non-fritto con insalata a un piatto di riso con verdure cotte, da consumare insieme a una bottiglietta d’acqua. Qualcosa di analogo è stato fatto nelle scuole, primarie e secondarie, dove le macchinette per le bevande gassate e dispensatrici di merendine sono state bandite, e dove le mense hanno cercato di adeguarsi ai nuovi standard, introducendo più frutta e più verdura fresca. Fra i testimonial di questa iniziativa nelle scuole, forse lo si ricorderà, qualche anno fa c’era anche Michelle Obama.

La nota dolente, a proposito di scuole, restano le università. Ogni università americana è sul libro paga di uno dei due sponsor fra loro concorrenti: Coca-Cola e Pepsi. In cambio di milioni di dollari l’anno, elargiti sotto forma di finanziamenti per la ricerca, lo sport e le varie attività didattiche, le due compagnie che tengono in pugno Big Food (ovvero il cartello delle multinazionali del cibo) tengono in pugno anche le università. In che modo? Avendo, per contratto, il permesso di invadere i campus universitari con le macchinette delle loro bevande. Letteralmente. Fra i relatori presenti al webinar ha preso la parola una giovane ricercatrice che, nella università dove lavora, la californiana UC Davis, è membro di un gruppo di studio impegnato a mappare i punti dei college ancora disponibili a introdurvi dei dispenser di acqua minerale o del rubinetto prima che sia troppo tardi. A dire dei margini d’azione risicati e risibili che vi sono nelle università per contrastare lo strapotere di questi sponsor. Al webinar ha preso la parola anche uno specialista della nutrizione nonché docente in una scuola di Business e Management della Pepsi. A suo dire, queste compagnie non sono interessate a vendere zucchero ma a vendere bevande. Il che significa che vi sarebbero ampi margini d’intervento per sensibilizzare le compagnie a puntare di più sulle bibite a zero calorie, cioè senza zuccheri, e spingendo affinché il marketing, inteso come pubblicità, si adegui. E qui cita l’esempio di una recente campagna di marketing fatta nel Regno Unito che spinge al consumo della Pepsi Max, priva di calorie.

A questo proposito, una domanda sorge spontanea. Senza la presenza di zucchero, come farebbero Coca-Cola e Pepsi a mantenere attiva la dipendenza da questa sostanza e dai prodotti che la contrabbandano sotto mentite spoglie, come le loro bibite, appunto? Un dato su tutti, e qui la citazione è da un articolo recente reperibile sul blog di Marion Nestle: quanta frutta o concentrato di frutta è realmente presente in una bevanda sedicente succo di frutta? Non più del 3%. Il resto sono zuccheri e additivi vari per rendere queste bevande non solo più deliziose per il palato, ma soprattutto per moltiplicare l’assuefazione, grazie alla presenza, ormai è chiaro, dello zucchero.

Insomma, al prossimo soft drink, conviene pensarci su, prima di stappare la lattina.