
Le statine sono il farmaco salvavita per chi ha problemi di colesterolo. Nel senso che al dosaggio ottimale sono in grado di riportare i valori di colesterolo “cattivo” (LDL) e di quello “totale” entro una soglia di sicurezza, a prescindere dalla dieta e dall’attività fisica che, in ogni caso, rappresentano due validi strumenti di prevenzione contro l’aumento incontrollato del colesterolo e dei conseguenti rischi di infarto del miocardio. Ma stando ai risultati ottenuti da uno studio retrospettivo condotto in Nuova Zelanda e pubblicato a fine settembre su http://www.researchsquare.com, sembrerebbe che le statine siano efficaci per la prevenzione del tumore del seno nelle donne.
La squadra di ricercatori che vi ha preso parte ha considerato poco meno di 15 mila donne alle quali è stato diagnosticato un tumore primario del seno negli anni compresi fra il 2007 e il 2016. Si tratta di dati che provengono da quattro registri tumori differenti del Paese del kiwi, l’uccello simbolo della ex colonia britannica. Dopo aver vagliato i farmaci in uso, il tempo trascorso dopo l’ospedalizzazione e le morti occorse nel frattempo, i ricercatori hanno analizzato l’associazione tra l’uso post diagnostico di atorvastatina, pravastatina e/o simvastatina e morte specifica per cancro al seno in un lasso temporale medio di 4,5 anni.
Ebbene, posto che, complessivamente, il 27% delle donne assumeva statine dopo la diagnosi di cancro al seno, è emerso che l’uso di statine è associato a un rischio inferiore del 26% di morte specifica per cancro al seno in questi soggetti, tenuto conto degli aggiustamenti per comorbidità, provenienza demografica, uso concomitante di altri farmaci e fattori clinici. L’associazione risulta minore fra le nuove consumatrici di statine, definite come donne che non hanno mai assunto statine fino all’anno prima della diagnosi di cancro al seno. L’effetto protettivo di questi farmaci che abbattono il colesterolo è stato più pronunciato nelle pazienti con recettore ER+, nelle donne in post menopausa e donne con malattia in stadio avanzato. Non è stato riscontrato alcun effetto protettivo rispetto a recidive o metastasi a distanza e non vi è stato alcun effetto degno di nota nella fase iniziale della malattia e per le donne in premenopausa.
Come per tutti i medicinali efficaci, il principio attivo alla base delle statine non è esente da effetti collaterali. Tuttavia, nei pazienti in prevenzione secondaria le perplessità fra rischi e benefici scompaiono. Le statine si sono dimostrate un farmaco irrinunciabile nel ridurre i casi di decesso per causa cardiovascolare in chi ha già sperimentato un evento cardiovascolare maggiore come l’infarto e l’ictus, mentre gli effetti collaterali sono riassumibili in un aumento modesto di pazienti con problemi di fegato e di reni, con malattie oculari tipo cataratta e con problemi muscolari e diabete. Per ciascuna di queste manifestazioni cliniche, siamo nell’ordine di 15-20 soggetti con sintomi ogni 10 mila. Inoltre, nella netta maggioranza di questi casi, non è emerso nulla di particolarmente severo da un punto di vista clinico. Una possibile modesta relazione dose-risposta sulla disfunzione epatica è stata identificata per l’effetto dell’atorvastatina, mentre le relazioni dose-risposta per gli altri tipi di statine non sono approdate a niente di definitivo. È questo il motivo che ha suggerito ai ricercatori che non è necessario adattare le dosi di statine per affrontare i problemi di sicurezza quando si comincia il trattamento.Infine, il basso rischio di eventi avversi causati dovrebbe rassicurare sia i pazienti sia i medici che i potenziali danni delle statine sono di modesta entità; ecco perché, scoraggiarne l’uso per la prevenzione primaria delle malattie cardiovascolari ha poco senso.Ad ogni buon conto, in base ai risultati dello studio di cui sopra, l’uso di statine dopo una diagnosi di cancro al seno è associabile a una diminuzione statisticamente significativa del rischio di morte dalla malattia. L’effetto protettivo è più evidente nelle pazienti che abbiano il recettore degli estrogeni positivo alla malattia, così come nelle donne in post menopausa e nelle donne con tumori avanzati.