Curarsi o nascondersi

Negli Stati Uniti si sta consumando una crisi sanitaria silenziosa. Da quando l’amministrazione Trump ha revocato le protezioni che rendevano ospedali, cliniche e ambulatori luoghi off-limits per le operazioni di polizia migratoria, un numero crescente di immigrati rinuncia a curarsi per paura. La paura di essere fermati, arrestati e deportati dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale preposta al controllo dell’immigrazione. Le conseguenze più gravi si registrano tra i malati oncologici, per i quali saltare un appuntamento può significare la differenza tra la vita e la morte.

Il cambiamento normativo: gli ospedali non sono più “luoghi protetti”

Dal giorno del suo insediamento, il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo con il quale ha revocato una direttiva in vigore dal 2011 che classificava ospedali, scuole e luoghi di culto come “sensitive locations” — aree in cui gli agenti dell’ICE non potevano condurre arresti, perquisizioni, interrogatori o sorveglianza, salvo circostanze eccezionali.

Secondo quanto riportato da JAMA nel febbraio 2026, infermieri di ospedali di Minneapolis hanno riferito la presenza frequente di agenti ICE durante le cure ai pazienti. CBS News ha documentato il caso di un agente ICE rimasto per 24 ore al capezzale di un paziente ammanettato al letto, senza mandato giudiziario. A Glendale, in California, agenti dell’ICE hanno “campeggiato” per oltre due settimane nel corridoio di un ospedale in attesa che una donna arrestata venisse dimessa.

L’effetto paralizzante: i numeri della rinuncia alle cure

I dati raccolti da molteplici fonti convergono su un quadro allarmante. Un sondaggio condotto da KFF e dal New York Times nel 2025 ha rivelato che quasi il 30% degli adulti immigrati negli Stati Uniti ha dichiarato di aver saltato o rimandato visite mediche da gennaio 2025. Circa uno su cinque ha indicato la paura dell’ICE come motivo principale.

Le conseguenze mediche sono immediate e talvolta irreversibili. STAT News e JAMA documentano casi di appendici perforate, timpani lacerati in bambini non portati in ospedale, e parti morti dovuti alla mancanza di cure prenatali. In un caso riferito da un pediatra del North Carolina, una donna incinta non aveva mai visto un medico durante tutta la gravidanza per paura dell’ICE: quando si è presentata in travaglio, era troppo tardi e il parto morto era inevitabile.

Il caso oncologico: quando la paura uccide più del tumore

Il settore dell’oncologia è tra quelli più duramente colpiti, per una ragione tanto ovvia quanto tragica: i trattamenti chemioterapici seguono calendari rigidi e non tollerano interruzioni. Saltare una seduta può compromettere l’intero percorso terapeutico. Come sottolineato su Cancer Therapy Advisor e Hematology Advisor, oncologi sia adulti che pediatrici hanno riferito che i loro pazienti esprimono apertamente la paura di recarsi in ospedale per le sedute di chemioterapia, temendo la presenza di agenti ICE.

La situazione è aggravata dalla decisione, risalente all’estate 2025, dei Centers for Medicare & Medicaid Services (CMS) di condividere i dati Medicaid con l’ICE, inclusi gli indirizzi di residenza dei beneficiari. Questo significa che anche evitare l’ospedale potrebbe non bastare: i dati sanitari stessi possono condurre gli agenti a casa dei pazienti. Secondo JAMA, alcuni immigrati aventi diritto al Medicaid hanno smesso di iscriversi al programma per non lasciare tracce utilizzabili dall’ICE.

Come riportato dal New York Times e GV Wire, genitori di bambini in cura per il cancro chiedono ai pediatri lettere che attestino le necessità mediche dei figli, nella speranza che gli agenti ICE possano essere persuasi a non separarli. Alcuni genitori hanno chiesto informazioni sui parti a domicilio pur di non andare in ospedale, come documentato da ginecologhe di Minneapolis.

La risposta della comunità medica

La classe medica americana ha reagito con crescente allarme. L’American Medical Association (AMA), attraverso il presidente del consiglio di amministrazione David Aizuss, ha dichiarato: “Quando le persone hanno paura di cercare assistenza medica per sé o per le loro famiglie, ciò minaccia la loro salute, impedisce ai medici di prestare cure e mina la fiducia nelle istituzioni sanitarie”. Posizioni analoghe sono state espresse dall’American College of Physicians, dalla Infectious Diseases Society of America e dall’American Academy of Pediatrics.

Una crisi di salute pubblica

Gli esperti di sanità pubblica avvertono che le conseguenze dell’effetto ICE si estendono ben oltre la popolazione immigrata. Le malattie infettive non trattate possono circolare nelle comunità. Il calo delle vaccinazioni infantili — dimezzate in alcune aree — può riaprire la strada a epidemie. Le patologie croniche non gestite (diabete, ipertensione) producono emergenze più costose e più gravi nel lungo termine.

La posizione del governo

Il Dipartimento della Sicurezza Interna ha sempre negato di condurre operazioni mirate negli ospedali. Tricia McLaughlin, portavoce del DHS, ha dichiarato che l’ICE “non conduce azioni di applicazione della legge negli ospedali” e che gli agenti accompagnano i detenuti che necessitano di cure mediche esclusivamente per ragioni di sicurezza, in linea con le procedure standard. In merito ai bambini, il DHS ha affermato che “l’ICE dà sempre la priorità alla salute, alla sicurezza e al benessere di tutti i detenuti” e che l’idea di negare cure a un bambino è “categoricamente falsa”.

Tuttavia, le azioni documentate raccontano una storia diversa.

Conclusione: il costo umano

Ciò che emerge da questa ricostruzione è l’immagine di un sistema sanitario sotto assedio. Non dalla criminalità, non dal terrorismo, ma dalla paura istituzionalizzata. Il prezzo lo pagano i più vulnerabili: i bambini con il cancro, le donne incinte, i malati cronici che non possono permettersi di saltare un appuntamento.