Onde d’urto contro gli infortuni

La storia è quella di Giuseppe. A febbraio dell’anno scorso, quando il mondo scopriva ogni giorno di più cosa fosse il covid, Giuseppe ha avuto un comportamento a rischio. Il suo errore sarebbe stato quello di farsi visitare da un chirurgo vascolare per capire se il dolore che aveva nell’incavo del piede da più di un mese fosse in qualche modo relazionabile con un problema venoso o arterioso. Avendo avuto in passato un episodio di dissecazione arteriosa, voleva escludere che quel dolore al piede fosse causato dallo stesso identico problema che, qualche anno prima, gli era costato un intervento d’urgenza, l’ablazione transcatetere con applicazione di uno stent all’arteria mesenterica addominale.

Che errore avrebbe fatto Giuseppe? Semplicemente, si era recato nella clinica dove aveva appuntamento per la visita, ignaro come tutti di quello che stava bollendo in pentola. Cosa che capitò l’ultimo venerdì prima del primo lockdown totale, iniziato il giorno dopo. Qui si assembrò, per usare un verbo di uso comune da quel fine settimana in poi, nella sala d’attesa, insieme a un altro centinaio di persone. Tutti pigiati come sardine, chi aspettava il proprio turno per pagare il ticket e chi per farsi visitare da uno dei vari specialisti. Via da lì, uscì sollevato. Il problema, come gli riferì il medico, non era di pertinenza del chirurgo vascolare, bensì dell’ortopedico. In altre parole, l’ecodoppler non aveva evidenziato nessuna occlusione venosa o arteriosa né alla gamba né al piede sinistro. Dal giorno dopo cominciò a realizzare del rischio che aveva corso recandosi in ospedale. In quegli stessi giorni si parlava del paziente zero di Codogno, Mattia, un uomo di 35 anni che, al pronto soccorso, aveva infettato di covid i vicini in sala d’attesa a suon di colpi di tosse e starnuti. Uno di questi vicini, una signora anziana, morirà tempo dopo per le note complicazioni polmonari.

Sollevato per lo scampato pericolo, il dolore che Giuseppe aveva al piede non dava segno di remissione. Durante le cosiddette passeggiate a duecento metri da casa, le uniche ammesse in quei primi mesi, il piede gli doleva come prima. Un dolore che si è protratto per più di un anno. Ce l’aveva anche l’altro giorno, quando ce ne ha parlato, ignaro che avrebbe fatto da fonte per un articolo su danni collaterali dell’attività fisica che gli esperti – di contro – non si stancano mai di raccomandare. Si ha un bel dire di fare attività fisica al meglio delle nostre possibilità. Bisognerebbe ricordare anche che ci si può infortunare. Uno dei danni più tipici per chi corre, o comunque per chi sollecita piedi e caviglie con un’attività d’intensità equivalente alla corsa, è quello di procurarsi talloniti e tendiniti. Quasi mai questi problemi sono innescati da un episodio traumatico. Nel caso di Giuseppe fu la sorpresa di una mattina al risveglio. Mettendo i piedi giù dal letto avvertì che qualcosa al piede sinistro non andava. Il giorno prima aveva fatto una corsetta di quaranta minuti. Tutto qui. Una pratica in cui si cimentava un paio di volte la settimana almeno. Il brutto di queste infiammazioni è che durano fatica a guarire.

Scopriamo, grazie a fonti mediche, che diversi sono i fattori che possono portare all’insorgenza della tallonite. Tra questi, vi è una certa predisposizione individuale, frequente in chi ha i piedi piatti o una camminata che spinge verso l’interno (pronata), oppure il piede valgo, caratterizzato da un eccessiva inclinazione dell’arcata plantare. Nel secondo caso, le suole si consumano nella parte esterna. La tallonite è più frequente in soggetti di media età, in coloro che soffrono di obesità e nelle donne in gravidanza. A parere degli esperti, scoprire la causa è importante perché qualsiasi terapia rischia di essere inefficace se non viene calibrata sulla causa all’origine del disturbo.

Un’importante presidio medico contro questo tipo di problemi è rappresentato dalle onde d’urto. Si tratta di una terapia sicura e priva di effetti collaterali. Consiste in stimolazioni di carattere elettro-meccanico che vanno a bersagliare il punto nodale dell’infiammazione, precedentemente evidenziato da una radiografia. Il ciclo di trattamento ha cadenza settimanale e consta di tre sedute. Se a distanza di qualche giorno non si avverte nessun beneficio concreto, niente paura, è normale. Anzi, in alcuni casi, pare che a inizio trattamento vi possa essere un riacutizzarsi del disturbo, che scompare in via definitiva solo a distanza di un mese dalla prima applicazione. Questo nella norma, poi vi sono le eccezioni di chi ne ha ricavato beneficio immediato e di chi, purtroppo, ancora non si dà pace: si tratta dei casi cronici, di pazienti che le hanno già provate tutte, per i quali le chance di guarigione si assottigliano e si complicano. Fortunatamente, succede in un numero esiguo di casi. Fatto sta che Giuseppe fa bene a sperare. Nel suo caso la terapia a onde d’urto che gli ha prescritto il fisiatra come primo approccio terapeutico potrebbe essere risolutiva della tallonite, al punto da farlo tornare a correre, prima o poi. Lui ci spera. Parallelamente, il medico gli ha raccomandato di usare un plantare ortopedico e indossare solo scarpe strutturate, con una discreta suola come spessore e soprattutto molleggiata. Niente sneakers o altre scarpe alla moda con la suola piatta. Per chi ha problemi di tallonite non vanno bene.