I sintomi del lutto

Chi va e chi resta. La malattia oncologia e non solo essa pone gli individui di fronte alle brutture della morte. Chi si ammala e poi muore è chiamato a fare i conti con questo complesso di cose. Chi resta, con una sofferenza che talora lo fa stare in sospeso come le foglie d’autunno sui rami, in procinto di cadere per terra. Tutte cose che Ungaretti aveva ben presenti nella sua celebre poesia. Attraverso l’immagine della caducità delle foglie, il poeta simboleggia la paura della morte in guerra. La sospensione di cui parliamo in questo articolo è invece quella che inquadra lo strato di prostrazione dei parenti che restano. Chi c’è passato lo sa, la morte di un congiunto è difficile da accettare anche quando gli anni ci sono, oppure la malattia è di quelle che non lasciano scampo. Per queste e per mille altre ragioni può capitare che il parente cada in una forma di depressione dalle caratteristiche precipue.
La cronaca ci ha offerto casi di sofferenza acuta e improvvisa scatenata da un lutto. Quando nel 2014 è morto il cantante Mango, stroncato da un infarto durante un concerto, uno dei fratelli subì la sua stessa sorte al funerale. Il suo cuore non resse all’emozione delle esequie. Più spesso il malessere che colpisce un congiunto prende forma di una sofferenza continua.
È dagli anni Novanta che alcuni esperti di salute mentale sostengono che la sofferenza per un lutto intenso o prolungato meriti di essere classificata a parte, trattata in modo opportuno, senza confonderla e derubricarla genericamente con una diagnosi di depressione. Nel 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha proposto di inserire il Prolonged Grief Disorder (PGD) ovvero il disturbo per un lutto prolungato, fra le diagnosi ufficiali e come tale l’ha inserita nella Classificazione Internazionale delle Malattie. Il PDG è una malattia caratterizzata da un lutto persistente e pervasivo, che dura da più di sei mesi. Si tratta di un lutto spontaneo che poco ha da spartire con i tempi del lutto imposti dalle religioni per gli osservanti. Si tratta di una reazione problematica al lutto che, statistiche alla mano, sembra colpire il 10% delle persone.
Nel 2019, i ricercatori hanno concordato dei sintomi specifici. Il PGD si manifesta quando una persona prova una forma di nostalgia ossessiva per la persona deceduta, è vittima della propria emotività e non riesce in alcun modo a superare la disperazione che il ricordo del defunto gli suscita senza soluzione di continuità. A farne le spese sono i rapporti sociali e lavorativi, ma anche quelli interpersonali. A questo proposito, si è stabilito che il complesso di questi sintomi è in grado di sviluppare forme di disagio clinicamente significative. Il PDG viene diagnosticato in presenza di almeno tre degli otto sintomi precipui, i quali, secondo gli specialisti della Columbia University che hanno studiato a fondo queste tematiche, afferiscono a: incredulità, dolore emotivo intenso, confusione identitaria, pensiero ossessivo per la perdita subita, torpore fisico, solitudine intensa, mancanza di interesse per l’esistenza in tutte le sue forme.
Di recente, sono stati condotti studi per misurare la qualità dell’aiuto specialistico offerto in seguito alla diagnosi di PDG. Ebbene, solo un terzo degli intervistati nell’ambito di una statistica condotta per conto di un’università californiana ha dichiarato di sentirsi soddisfatto del supporto ricevuto durante il periodo del lutto. I restanti, anch’essi diagnosticati PDG, hanno preferito anteporre ricordi e sentimenti negativi. Per esempio, l’impressione negativa di sentirsi giudicati dagli altri, la sensazione di essere stati abbandonati da tutti e di venire evitati da amici e parenti in quanto etichettati troppo petulanti, se non ingombranti.
Un aneddoto sul senso di colpa frutto di una confidenza privata. Una figlia si è sentita a lungo in colpa quando suo padre s’è ammalato e poi è morto di cancro perché ha messo in relazione la malattia del genitore con i problemi economici che a un certo punto hanno minato la solidità dell’azienda di famiglia, gettando quest’ultima in povertà. Nella sua interpretazione il padre si sarebbe ammalato perché non tollerava l’onta che stava subendo a causa del tracollo economico. La figlia si sente ancora oggi in colpa, nonostante siano passati ormai molti anni, per non essere riuscita a prendere in mano le sorti dell’azienda, risanarla e in questo modo salvare la vita del padre. Peccato che allora la figlia era solo un’adolescente senza esperienza e senza più una guida.