
Due studi per identificare i pazienti con tumori del fegato che possono essere sottoposti all’immunoterapia neo-adiuvante (cioè preoperatoria) con alta probabilità di successo. «I due lavori scientifici sono sinergici tra di loro – ha spiegato Vincenzo Mazzaferro, Direttore di Chirurgia Epato-Gastro-Pancreatica all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) e professore di chirurgia all’Università di Milano (UniMi) – Il lavoro pubblicato su “Gastroenterology” ha identificato una firma molecolare predittiva denominata IFNAP, costituita dalla combinazione di undici geni». È una “firma” che evidenzia la sensibilità delle cellule tumorali del carcinoma epatico alla classe di farmaci immunoterapici appropriati (anti-PD1).
La Chirurgia Epato-Gastro-Pancreatica dell’INT è un’eccellenza italiana nell’ambito del trattamento dei tumori epatici che vanta la più ampia casistica in Italia di tumori di questa categoria sottoposti a trapianto – ad oggi circa 900 – ed è tra le più attive sul territorio nazionale per numero di interventi eseguiti per tumore del distretto epatico-pancreatico-biliare e del tratto digerente superiore, si legge in calce al comunicato stampa ufficiale.
I farmaci immunoterapici anti-PD1 sono entrati ormai da anni nella pratica clinica per il trattamento del melanoma, del tumore polmonare e di altri tumori solidi, ma nel caso del fegato hanno una efficacia variabile e poco prevedibile.
«La terapia potenzia le capacità immunitarie dell’organismo e fa sì che sul sito tumorale converga un numero importante di cellule immunocompetenti – ha ricordato Sherrie Bhoori, gastroenterologa ed epatologa dell’INT – capaci di riconoscere e distruggere le cellule oncogene».
L’immunoterapia non è però l’unica strada. Il secondo studio menzionato ha verificato che i «trattamenti fisici quali la radio-embolizzazione possono “preparare il terreno” alla terapia vera e propria – chiosa il Prof. Mazzaferro – stimolando la produzione di antigeni specifici tumorali, in grado di attivare gruppi di cellule immunocompetenti contro il tumore, che verranno quindi potenziati dai farmaci immunoterapici».
Questi studi non solo ampliano il ventaglio di possibilità di soluzioni terapeutiche per la cura del tumore epatico – la quinta più frequente causa di morte per cancro a livello mondiale – ma possono cambiare l’approccio strategico al trattamento di questa tipologia di tumore.
«Ci vorranno ancora ulteriori ricerche per ottenere terapie sempre più personalizzate – ha aggiunto la dottoressa Bhoori – ma è significativa la decisione della European Society for Organ Transplantation (ESOT): esaminati i risultati dei lavori scientifici, è stato approvato l’inserimento dell’immunoterapia neo-adiuvante nelle prossime Linee Guida europee. Questo approccio terapeutico diventa quindi una tra le possibili strategie da adottare in casi selezionati, in particolare quando è presente la cosiddetta firma molecolare».
Vincenzo Mazzaferro è rientrato nel “World’s 2% Top Scientists”, la classifica mondiale degli scienziati con livello più elevato di produttività scientifica (il 2% dei migliori al mondo), risultando il chirurgo italiano con maggiore impatto scientifico nel mondo. «Ovviamente fa piacere essere notati per i propri risultati – è il commento di Mazzaferro – tuttavia ritengo che la medicina vada oltre le classifiche, perché accompagna la condizione di fragilità umana basandosi sullo studio delle malattie e dei loro meccanismi, sul grado di motivazione nel curarle, sulla vicinanza alla condizione di chi è nel bisogno di salute e sul rapporto umano e di fiducia tra chi cura e chi è curato: tutti parametri non misurabili in una classifica. Molta ottima medicina, soprattutto nel Sistema Sanitario Nazionale del nostro Paese, viene erogata ogni giorno senza essere riconosciuta e classificata. La solidità del lavoro medico è fatta di tante altre componenti».