Frutta e verdura cinque volte al giorno

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) raccomanda un consumo di almeno 400 grammi di frutta e verdura al giorno, corrispondente a circa cinque porzioni medie, da 80 grammi. Si tratta del consumo ideale per prevenire diversi tipi malattie. Grazie alle evidenze raccolte negli anni, “five a day” è la migliore strategia da adottare a tavola per ridurre il rischio di cancro, a patto che, parallelamente al consumo ottimale di frutta e verdura, la carne venga ridotta e/o sostituita con i legumi per garantire il giusto apporto proteico.
Tuttavia, anche in Italia, la nazione che tanto ha contribuito nella definizione della Dieta mediterranea, quello delle cinque porzioni vegetali al giorno resta un obiettivo ancora lontano da portare a compimento. Vi ricorre meno di 1 persona su 10, sia fra adulti che fra gli anziani. A quanto pare, si tratta di un approccio deficitario stabile, dal quale non sono emerse differenze di sostanza nei diversi gruppi della popolazione. È quanto si legge nell’ultimo report, aggiornato al 2021, dei “Numeri del cancro”.  Nel 2021 in Italia «il 52% dei 18-69enni consuma 1-2 porzioni di frutta o verdura al giorno, il 38% consuma 3-4 porzioni, mentre solo il 7% ne consuma la quantità raccomandata dalle linee guida. Una piccola quota di persone (2%), dichiara di non consumare né frutta né verdura». Fra gli ultrasessantacinquenni intervistati nel 2021, il 42% ha dichiarato di consumare 1-2 porzioni quotidiane di frutta o verdura, il 47% 3-4 porzioni e appena il 10% ha dichiarato di raggiungere le 5 porzioni al giorno raccomandate (PASSI d’Argento 2021). Dunque, anche se pochi fra gli ultra65enni raggiungono la quantità raccomandata, la gran parte (56%) ha dichiarato di consumare fino a 3 porzioni al giorno di frutta e verdura. Un’adesione scarsa e senza molte differenze fra i diversi gruppi della popolazione. Tanto più che le percentuali si riducono con l’età: scendono al 45% fra gli ultra85enni. Inoltre, fra uomini e donne non si registrano differenze degne di nota, ma, come per gli adulti e nelle persone senza difficoltà economiche o più istruite (61% vs 41%), viene confermata la prevalenza regionale del consumo, più forte al Nord (68 %) rispetto al Sud (52%). Dal confronto con il cambio di abitudini rispetto agli altri fattori di rischio connessi allo stile di vita, emerge che non ci sono stati grandi miglioramenti negli ultimi 15 anni. Ad eccezione della prevalenza di fumo di sigaretta che continua la sua lenta riduzione da oltre trent’anni, il consumo di alcol a rischio, la sedentarietà e l’eccesso ponderale, così come il consumo di frutta e verdura complessivamente peggiorano o al più restano stabili.
Da considerare che, chi è propenso a fare scelte radicali a tavola, ovvero a diventare vegetariano o, addirittura, vegano, sembra più esposto al rischio di depressione. È ciò che fa stare le persone in biblico emotivo, e in taluni casi ammalare di depressione, essendo queste persone divise fra mantenere fede alla propria scelta “impopolare” o fare come “tutti” e tornare a mangiare carne. Per lo meno, stando a quanto emerge da una ricerca condotta in Brasile, ovvero fra uno dei paesi più “carnivori” al mondo, dove i vegetariani rappresentano soltanto lo 0,50 della popolazione. A dire dei ricercatori che hanno messo a punto quest’indagine fra gli stati d’animo dei vegetariani, è merso che questi ultimi talora convivono con un senso di colpa, passato e presente, per appartenere a una società che si ciba di animali come niente fosse. Un senso di colpa che li porta a rimuginare di continuo dei pensieri negativi per la sorte brutale alla quale sono sottoposti gli animali negli allevamenti intensivi. «I video che ritraggono la violenza e la crudeltà nell’industria della carne possono influenzare le persone facili alla depressione, inducendole a soffermarsi sulle immagini, a sentirsi in colpa per aver contribuito a creare la domanda di carne e a diventare vegetariane», scrivono gli autori della ricerca.
Un senso di colpa al quale non è estraneo neppure lo sguardo supponente che il resto della società carnivora riserva alla minoranza vegetariana. Cosa che succede può succedere quando un vegetariano è costretto a esporre le sue scelte alimentari in occasioni pubbliche. «L’adozione di una dieta vegetariana può influenzare il proprio rapporto con gli altri e il coinvolgimento in attività sociali e talvolta può essere associata a prese in giro o altre forme di ostracismo sociale».
In conclusione, mangiare frutta e verdura secondo le indicazioni consigliate non è semplice, ma che a complicare le cose intervengano dei sensi di colpa indotti dalla società, è una cosa davvero deprimente.