
Tra i fattori che incidono sull’aumento dell’obesità, facendo crescere il rischio di cancro, di malattie cardiovascolari e metaboliche, gli spuntini fuori pasto stanno focalizzando l’attenzione degli studiosi. Si tratta di tutto quello che viene consumato dopo colazione, pranzo e cena, ovvero, se pensiamo alle abitudini prandiali degli italiani, dopo le sette, le tredici e le venti. Le prove desunte dagli studi di popolazione stanno suggerendo che i pasti a tarda ora sono un fattore predittivo dagli esiti negativi sulla salute. Il ruolo chiave dei pasti consumati a seconda dell’orario è stato supportato da studi su animali ed esseri umani, nei quali si evince che chi tende a posticipare, soprattutto la cena, rischia d’ingrassare.
Una delle ipotesi allo studio è che più ci si discosta dallo scoccare dell’ora, più lo spuntino fuori pasto diventa degno di approfondimento in rapporto alla sua incidenza sul ritmo circadiano di sonno, veglia e digestione, e soprattutto sull’apporto calorico di ciò che realmente mettiamo sotto ai denti, magari in piedi, dopo aver aperto il frigo mossi da un impulso di frugalità solo apparente.
Ne parliamo sulla scorta di uno studio italiano appena pubblicato sulla rivista «Nutrients». Italiano a tutti gli effetti, nel senso che gli autori sono italiani e la popolazione posta sotto osservazione pure.
Stando a quanto si legge nella presentazione di questo lavoro, nessun studio aveva mai valutato la possibile associazione fra il momento in cui il cibo viene consumato, l’apporto calorico e il grado di lavorazione dei cibi. È noto che l’aumento del consumo di alimenti ultra-processati (UPF) è direttamente proporzionale all’obesità. Gli UPF sono formulazioni industriali di ingredienti, quasi del tutto privi di alimenti integrali e tipicamente addizionati con agenti aromatizzanti e coloranti, emulsionanti e additivi cosmetici.
I dati provengono dall’Italian Nutrition & Health Survey (INHES), un’indagine durata tre anni (2010-2023) volta a raccogliere informazioni sulle abitudini alimentari (ad es. qualità, quantità delle porzioni e pasti-tipo), in base a libera scelta e in virtù della consapevolezza sulla salute alimentare della popolazione intervistata, facendo distinzione fra area geografica di residenza, età, sesso, grado di istruzione e condizione socioeconomica.
Sono stati analizzati un totale di 8˙688 nostri concittadini. Per la definizione degli alimenti ci si è riferiti alla classificazione di NOVA, un prospetto in cui ciascun alimento viene posto in rapporto a una delle seguenti categorie di lavorazione:
(1) fresco (frutta, carne, latte ecc.);
(2) condimenti (oli, burro, zucchero ecc.);
(3) cibi minimamente processati (ad es. pesce e carni surgelate),
(4) cibi ultra-processati (UPF) (come le bevande gassate, la carne in scatola o lavorata, i dolci e gli spuntini salati e confezionati).
Ciascuno alimento è stato messo in relazione a colazione, pranzo e cena; i partecipanti suddivisi in consumatori “tardivi” o “precoci” a seconda delle abitudini di orario. Il campione analitico era composto da 4053 uomini (46,7%) e 4635 donne (53,3%), età media 57 anni.
È emerso che più della metà (58,1%) delle calorie totali proviene da alimenti e ingredienti alimentari dei tipi (1) e (2), mentre il 24,6% proviene da alimenti del tipo (3) e il 17,3% del tipo (4).
I consumatori “tardivi” sono i più giovani, residenti in città del Sud Italia, con un livello di istruzione mediamente elevato e che in prevalenza dichiarano di svolgere un lavoro di tipo non-manuale. In particolare, tendono a consumare meno calorie contenute nei carboidrati e più calorie derivanti da grassi e proteine.
Il consumatore “tardivo” viene altresì associato a un consumo più elevato di UPF e a una minore assunzione di alimenti non trasformati e poco trasformati, evidenziando un’aderenza più bassa alle regole della Dieta Mediterranea. È il soggetto che più si avvicina alle abitudini alimentari della cosiddetta western-diet, il tipo di alimentazione dei paesi occidentali ricchi, sbilanciata in grassi e proteine animali con il corollario di malattie non trasmissibili che si porta dietro. Che sono sempre le solite. Dalle patologie cardio metaboliche al diabete al cancro.