Una dieta per tutti ma studiata per il paziente oncologico

Da sinistra, Paolo Veronesi, presidente di Fondazione Umberto Veronesi, Laura Salvadori, farmacologa Università degli Studi del Piemonte Orientale, e Marco Brogi, Country Manager del Gruppo De’Longhi Italia.

«Siamo alla ricerca dalla possibilità di individuare dei composti di origine vegetale in grado di ridurre la perdita di massa e forza muscolare che si manifesta in molti pazienti oncologici e che ha un impatto negativo sulla risposta alle terapie antitumorali e sulla qualità e durata della vita».
Così la dottoressa Laura Salvadori, farmacologa dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale in occasione del premio che le è stato assegnato per la ricerca che mira a contrastare gli effetti della dieta occidentale sulla perdita di tono muscolare nei pazienti oncologici. L’evento si è tenuto presso l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (IEO). L’azienda, al fianco di Fondazione Veronesi, che ha finanziato con una borsa di ricerca il progetto scientifico della Dott.ssa Laura Salvadori, è nutribullet, un marchio di elettrodomestici del Gruppo De’ Longhi, impegnato a promuovere «l’importanza della prevenzione e degli effetti terapeutici di un’alimentazione sana ed equilibrata, con l’obiettivo di creare soluzioni in grado di migliorare la qualità della vita delle persone tramite una nutrizione semplice, facile e divertente», si legge in un comunicato stampa.

Dottoressa Salvadori quali sono i punti di forza della sua ricerca?
«Un punto di forza è rappresentato dall’attualità della tematica scelta: il progetto è incentrato sugli effetti dannosi a livello muscolare della cosiddetta “dieta occidentale”, argomento che interessa i pazienti oncologici ma anche gran parte della popolazione. La dieta occidentale è la risposta a una vita frenetica in cui non c’è il tempo di preparare i pasti e per questo si ricorre a cibi pronti, ricchi di grassi saturi, zuccheri semplici e sale. Poiché al momento non esistono trattamenti efficaci nel contrastare la perdita di massa e forza muscolare (la cachessia, ndr.) associata al cancro, c’è un forte bisogno di trovare strategie in grado di preservare lo stato fisico dei pazienti oncologici, e la possibilità di ricorrere a fitocomposti potrebbe risultare interessante».

Leggo che è alle viste un fitoestratto in grado di contrastare la cachessia? Di che cosa si tratta?
«Il mio progetto di ricerca avrà lo scopo di identificare uno o più composti naturali in grado di preservare la perdita di massa e forza muscolare indotta dalla presenza di un tumore e aggravata da una dieta malsana. I risultati costituiranno la premessa per lo sviluppo futuro di un integratore alimentare da usare nella pratica clinica per prevenire gli effetti dannosi, a livello muscolare, del consumo di una dieta occidentale e aiutare i pazienti ad affrontare le eventuali cure chemioterapiche in una migliore condizione fisica».

Causa lo stato di profondo deperimento del corpo, delle alterate capacità psichiche che fanno seguito a una condizione di cachessia, qual è la dieta migliore per aiutare il paziente a recuperare peso e tono muscolo-scheletrico e in base a quali parametri la si definisce ogni volta?
«Esistono ancora opinioni molto contrastanti riguardo alla tipologia di alimentazione da seguire in ambito oncologico. Per quanto riguarda il mantenimento della funzionalità muscolare, una dieta bilanciata, ricca in cereali integrali, frutta, verdura e un’ampia varietà di alimenti che apportino la giusta quantità di proteine è quella attualmente ritenuta più adeguata. Sta aumentando anche l’interesse per gli integratori alimentari a base di estratti di origine naturale che possano avere effetti benefici sul muscolo scheletrico. Sulla base della mia attività di ricerca, mi sento di sconsigliare il consumo di alimenti ricchi di AGE (prodotti finali di glicazione avanzata) tipici della dieta occidentale, come i cibi ultra-processati o cotti ad elevate temperature, che possono predisporre al deperimento muscolare».

Tradotto in parole povere, cosa significa?
«Gli AGE sono un gruppo di composti che si formano nel nostro organismo soprattutto quando gli zuccheri, presenti ad una elevata concentrazione, si attaccano fisicamente alle proteine, che di conseguenza non potranno più svolgere in maniera adeguata la propria funzione. Con l’avanzare dell’età o in condizioni patologiche caratterizzate da infiammazione, come il diabete o il cancro, la formazione di questi composti avviene molto più frequentemente determinando un accumulo degli AGE nei tessuti e un malfunzionamento delle proteine. Inoltre, gli AGE agiscono tramite uno specifico recettore cellulare (RAGE) amplificando l’infiammazione e danneggiando ulteriormente i tessuti. Con il consumo di una dieta occidentale, gli AGE contenuti nei cibi si sommano a quelli prodotti dall’organismo favorendone l’accumulo e aumentandone gli effetti dannosi, che coinvolgono anche il muscolo, oggetto della mia ricerca».

Ci sono soggetti più a rischio di altri nell’accumulo di AGE?
«Elevati livelli di AGE si possono trovare in diverse condizioni fisiopatologiche, come l’invecchiamento, il diabete, le malattie cardiovascolari e in presenza di cancro; in tutti questi casi un’infiammazione sistemica definita di basso grado (non percepita con sintomi o segni particolari) determina eccessiva formazione e accumulo di questi prodotti. Gli AGE, però, possono formarsi e accumularsi in maniera eccessiva anche in soggetti sani in seguito a cattive abitudini alimentari e dello stile di vita. Ad esempio, nei fumatori i livelli di AGE sono elevatissimi, soprattutto a livello della pelle, determinando una minore elasticità di quest’ultima. Elevati livelli di AGE sono associati anche a una dieta malsana, ricca di zuccheri, grassi, cibi pronti e cibi che hanno subìto cotture ad elevate temperature (grigliatura o frittura)».