Food is Medicine

Mettersi a dieta riducendo le porzioni e sostituendo gli alimenti iperproteici e quelli ricchi di zucchero e di grassi saturi con i corrispettivi che, come il pesce, i legumi, la frutta e la verdura, garantiscono il giusto apporto di proteine e di fibre, è un’operazione che da sola porta a una sensazione di benessere quasi immediata e a un calo ponderale piuttosto rapido. C’è tutta una letteratura scientifica in grado di sostenere la bontà di questa scelta, non solo per quanto riguarda la prevenzione dei tumori.

Al punto che negli Stati Uniti l’ultima moda in fatto di cibo s’ispira proprio a questi principi ma in versione radicalizzata.  Il motto degli adepti è che il cibo giusto è un presidio di prevenzione contro tutte le malattie, in grado di far vivere le persone fino a 120 anni. Stiamo parlando di Food is Medicine (FIM), un movimento di opinione che all’ultimo summit organizzato quest’estate a Washington DC vendeva i biglietti d’ingresso a cifre da capogiro, che tanto c’era la fila per entrare. I 260 fra dietisti, operatori sanitari, dirigenti di catene alimentari e sostenitori della lotta contro la fame nel mondo hanno pagato fino a 1.299 dollari ciascuno per prendere parte a quest’evento. La tariffa più bassa per le associazioni non-profit era di 399 dollari a persona.

Il loro messaggio è piuttosto semplice e chiaro. Se gli avvocati che li rappresentano riescono a far pagare i costi del  cibo salutare a quel poco di sistema sanitario nazionale esistente, che negli Usa è rappresentato da Medicare e Medicaid, e a quel tanto di assicurazioni private che i cittadini americani sono obbligati a sottoscrivere se vogliono la giusta assistenza sanitaria in caso di malattia, ecco che si aprirebbe un business dalle proporzioni enormi. Anche se il mantra sarà di mangiare meno, fra colazione, pranzo e cena la lista della spesa quotidiana da rimborsare per chi è affetto da malattie croniche sarà enorme.  Che non si tratti di una trovata estemporanea fa fede che l’intera faccenda abbia attirato la curiosità di Marion Nestle, professoressa emerita di Nutrizione, Studi sul Cibo e Salute Pubblica alla New York University. Nel suo seguitissimo blog Food Politics la studiosa americana si è definita scettica a riguardo delle politiche FIM. D’accordo con altri osservatori,  le prove a sostegno della capacità della FIM di migliorare la salute sono deboli. Gli studi esistenti non differenziano i cibi FIM dagli effetti delle cure standard.

La FIM richiede l’iscrizione al sistema sanitario, già sovraccarico, disfunzionale, di difficile accesso di suo per sostenere anche queste istanze. L’adesione dei pazienti a cucinarsi secondo le regole FIM sarà bassa, a meno che i cibi non vengano forniti già pronti e pagati.I programmi alimentari e nutrizionali federali già esistenti hanno dato prova di buon rendimento. Meriterebbero più sostegno per funzionare meglio, altroché imbarcarsi in programmi nuovi. Il principale beneficiario dei programmi FIM sarà l’industria alimentare, se riuscirà a trasferire la responsabilità dei costi al sistema sanitario.Infine, non è affatto scontato che FIM si espanda abbastanza da affrontare le malattie croniche in modo significativo. E qui secondo molti osservatori sta il punto fondamentale. Se passa l’idea che le malattie croniche come il diabete, l’obesità, l’ipercolesterolemia o anche solo l’ipertensione si possono curare attraverso il cibo, c’è il rischio alto che la disaffezione ai farmaci appropriati aumenti di più di quello che già è. Com’è noto, molti pazienti non sono costanti nell’assunzione delle terapie per i più svariati motivi.

Non ultima per la confusione mentale che hanno in testa quando prestano ascolto a chi promette loro cure miracolose a base di sostanze prive di principi attivi scientificamente validati. Non è il caso di insistere magnificando le sorti del cibo salutare. Piuttosto, che valga l’adagio che un’alimentazione sana è alla base di ogni approccio salutistico che si fonda sulla prevenzione, ma che mangiar bene da solo non è sufficiente quando sono in gioco malattie croniche che dipendono da familiarità genetiche o dai inevitabili processi di invecchiamento, che non si possono certo curare mangiando meglio. Semmai cresca la consapevolezza che a mangiar male, per così dire, si peggiorano solo le cose. S’è mai visto chi prende il caffè con il dolcificante dopo essersi appena sbafato una brioche? Purtroppo sì.

Correggere gli atteggiamenti sbagliati e schizofrenici è più importante che fare di quelli virtuosi una bandiera da sventolare sempre. Se il vento non è quello giusto, nessuna bandiera dà segno di vitalità.